Il Consiglio dei Ministri dispone lo scioglimento del Consiglio Comunale di Valenzano

screenshot sito CDM scioglimento Valenzano

Il Consiglio dei Ministri, sulla base dei lavori svolti dalla Commissione Prefettizia e della conseguente relazione del Ministro dell’Interno, ha disposto lo scioglimento del Consiglio Comunale di Valenzano per infiltrazioni mafiose.
Un provvedimento che convalida e conferma le perplessità che avanzammo, quando evidenziammo quelle situazioni che rischiavano di inquinare i rapporti politici e amministrativi, di inceppare il normale svolgimento dei meccanismi istituzionali e di deteriorare il tessuto connettivo della comunità.
Quando abbiamo lanciato precisi segnali d’allarme siamo stati additati come visionari o come artefici di speculazioni. Evidentemente, i nostri rilievi non erano poi tanto inconsistenti.
Valenzano è stata trascinata in un pantano che la mortifica e la umilia, anche a causa dell’irresponsabilità di un ceto politico fallimentare. Vogliamo augurarci che coloro che hanno precipitato la comunità in questo baratro sappiano e vogliano assumersi le proprie responsabilità.
Soprattutto, auspichiamo che questa frattura traumatica possa rappresentare la premessa per un sussulto collettivo di dignità e per l’avvio di un percorso di riscatto morale che veda il coinvolgimento di tutte quelle energie e di quelle risorse che rappresentano la parte autentica e vitale del paese.
Dario Ginefra – Parlamentare PD
Francesco Calè – Segretario PD, Circolo di Valenzano

6 Responses to Il Consiglio dei Ministri dispone lo scioglimento del Consiglio Comunale di Valenzano

  1. Franco Pancotto scrive:

    Il tempo è galantuomo…

    Franco Pancotto (classe 1959)

  2. Franco Pancotto scrive:

    Fa una certa impressione ascoltare su Facebook, Francesca Ferri ex Vice Sindaco di Valenzano, esponente di Forza Italia, partito fondato da Berlusconi condannato a 4 anni di reclusione per frode fiscale insieme a Marcello Dell’Utri in carcere per scontare la pena di sette anni per associazione mafiosa esterna, dire che “ci vogliono leve nuove” all’indomani dello scioglimento dell’amministrazione comunale per infiltrazioni mafiose.

    Non è infatti possibile che durante il suo mandato, lei non fosse a conoscenza dei fatti che hanno portato il Consiglio dei Ministri a prendere un provvedimento così estremo.

    Come ho avuto modo di commentare più volte sull’operato dell’amministrazione del Sindaco Lomoro, il tempo è galantuomo…

    Mafia, sciolto il Comune di Valenzano: un anno fa la festa con la mongolfiera pagata dal clan http://bari.repubblica.it/…/valenzano…/… via @repubblica

    Franco Pancotto (classe 1959)

  3. Franco Pancotto scrive:

    Ho appena letto dal barbiere un articolo de La Gazzetta del Mezzogiorno di oggi a pag.10, sullo scioglimento del Comune di Valenzano per infiltrazioni mafiose, fitto di note biografiche sull’ormai ex Sindaco Antonio Lomoro, che purtroppo non è ancora disponibile online, ma lo sarà sicuramente domani e mi prometto di pubblicarlo qui integralmente.

    Intanto ecco alcune anticipazioni:

    Antonio Lomoro ha fatto appena la terza media ed è un dipendente di una società di autotrasporti di proprietà di un suo ormai ex Consigliere comunale.
    Uno dei figli del suo padrone è il fidanzato della ormai ex Assessora allo Sport Pamela Anelli.
    Ma gli intrecci famigliari e con la malavita locale, evidenziati dai Commissari prefettizi arrivano fino alle elargizioni indebite di sussidi sociali a componenti di clan che risultano “ovviamente” nullatenenti.

    Siate pazienti fino a domani per tutti gli altri scabrosi dettagli di questa orribile vicenda di cui si stanno occupando anche i media nazionali.

    Il tempo è galantuomo…

    Franco Pancotto (classe 1959)

  4. Franco Pancotto scrive:

    Ecco l’articolo di Giovanni Longo da La Gazzetta del Mezzogiorno del 26/9/2017

    Valenzano, l’ombra dei clan tra appalti e parentele sospette Il Comune sciolto per mafia: il ritrovo della malavita in un locale confiscato

    – BARI. Intrecci. Parentele e rapporti opachi che, questo è il sospetto, invadono la politica per mettere le mani sul sistema degli appalti pubblici. La sensazione che un gruppo di persone, nel quale si amalgama gente ritenuta vicina ai clan, abbia preso le redini del potere. Il Comune di Valenzano, anticamera di Bari, da sabato è sciolto per mafia. Per due anni niente più elezioni, il paese verrà gestito da funzionari dello Stato. È l’undicesima volta in Puglia dal 1991. Nel Barese non accadeva dal 1994.
    La relazione riservata di oltre 250 pagine che il prefetto Marilisa Magno ha inviato al Viminale sintetizza sei mesi di lavoro cui hanno collaborato la Procura e le forze dell’ordine. Ma anche – e questo non accade spesso – alcuni pezzi della società civile, da cui sono arrivati spunti e segnalazioni poi approfondite dalla commissione di accesso. A questo punto, serve una premessa. Non è necessario, ai fini dello scioglimento, che un Comune sia fisicamente infiltrato da signori appartenenti alla mafia. La verifica riguarda la sussistenza delle condizioni previste dalla legge: la presenza sul territorio di una criminalità di tipo mafioso, in questo caso con spiccati interessi economici, e la permeabilità dell’amministrazione comunale rispetto a imprese e personaggi che rappresentano in qualche modo quel tipo di soggetti. Il procedimento è di tipo amministrativo, non valuta eventuali responsabilità di tipo penale. Per mesi sono state spulciate delibere e atti amministrativi. E non sono passate inosservate parentele e incroci. Il sindaco, Antonio Lomoro, diploma di scuola media, eletto a giugno 2013 in rappresentanza di forze di centrodestra, è dipendente della Fr Autotrasporti. I soci della ditta, dunque in un certo senso i datori di lavoro del sindaco, sono oggi i figli di Vitantonio De Vitofrancesco, consigliere comunale di maggioranza. A Valenzano, dunque, un consigliere comunale poteva chiedere ai propri figli di licenziare il suo sindaco. O magari, chissà, poteva chiedere anche altro. Ciò che è certo è che l’assessore allo Sport, la giovanissima Pamela Anelli, è – come si legge in un’informativa pervenuta alla prefettura – la fidanzata di Rocco De Vitofrancesco, uno dei figli di Vitantonio, che a un certo punto nel 2015 trasferisce la ditta ai suoi congiunti al termine di una complicata girandola di passaggi di mano. Parlando in senso stretto, dunque, Lomoro aveva nominato assessore la fidanzata del suo datore di lavoro, garantendole uno stipendio di mille euro al mese.
    Anni prima, invece, socio della ditta era Filippo Esposito, cognato di Giuseppe Buscemi, il siciliano ritenuto contiguo alla mafia, il capofamiglia che nel 2016, durante la festa patronale di San Rocco, ebbe l’idea di esporre uno striscione su una mongolfiera: l’atto di devozione religiosa voleva ricordare, in realtà, suo figlio Michele Buscemi, ritenuto un astro nascente della malavita locale, morto ammazzato. Nel 2008, dunque, la Fr era amministrata da Esposito, marito di Francesca Buscemi, figlia di Giuseppe e nipote di Salvatore, a sua volta omonimo di un potente capoclan di Cosa Nostra. I Buscemi residenti a Valenzano sono, al momento, lontani da accuse formali di mafia, per quanto siano noti e verificati i loro rapporti parentali con gli Stramaglia, luogotenenti del padrino barese Savino Parisi e al centro dell’indagine «Domino» per un’operazione di riciclaggio mai andata in porto e che proprio a Valenzano aveva uno dei presunti perni. Michelangelo «Chelangelo» Stramaglia, ucciso nel 2009, era ritenuto il boss di Valenzano ed era il fratello della moglie di Giuseppe Buscemi, dunque zio di Michele Buscemi, la cui ascesa criminale, impastata di accuse per droga e omicidi, fu fermata con il piombo in una sera di gennaio del 2008 davanti a un bar del paese.
    La morte di Michele – per tutti «Il Palermitano» – ha spezzato la linea di successione: oggi non ci sono elementi per definire i Buscemi un «clan» in senso mafioso. Ma a chi ha fiutato l’aria di Valenzano non potevano sfuggire una serie di coincidenze. Primo, che un locale di via Brunelleschi confiscato a Chelangelo sia stato trasformato in una sala da biliardo, con i vetri oscurati, ritenuto adesso ritrovo della malavita locale: l’Agenzia per i beni confiscati lo aveva offerto al Comune, che ha semplicemente fatto finta di non vedere cosa stava accadendo a 50 metri dal Municipio.
    Secondo, che a fine 2015 un’impresa di Adelfia, la Artel Servizi Costruzioni, ritenuta nell’orbita dei Buscemi (vi lavorano, o vi hanno lavorato, due dei fratelli di Michele, uno dei quali scampato a una condanna per droga), si sia aggiudicata un appalto comunale da mezzo milione per lavori di efficientamento energetico nelle scuole con un ribasso ridicolo, inferiore al 3%: per quel genere di lavori la media è del 20-30%. E terzo, che pure un altro appalto comunale, quello per la gestione del cimitero, sia stato affidato a maggio 2016 per pochi spiccioli a una ditta ritenuta riconducibile al gruppo familiare di un altro consigliere di maggioranza, Annalisa Potente, il cui marito, Michele Cannone, nel 2015 è stato arrestato per droga nel blitz che ha azzerato il clan barese dei Di Cosola.
    «Non ho rapporti con i malavitosi», si è difeso Lomoro che dopo lo scioglimento non sarà più ricandidabile e ancora ieri prometteva di fare ricorso in tutte le sedi. Ma per far scattare la tagliola bastano la presenza, il controllo, la permeabilità: vedi quanto accaduto con l’appalto dei rifiuti, o con la gestione degli Lsu. Oltretutto altri due consiglieri comunali, Giovanni Giuliano e Giuseppe Spinelli, sono in qualche modo parenti del sindaco: Lomoro – è l’impressione dei funzionari ministeriali – aveva in mano le chiavi del Comune, poteva aprirne le porte. «Sto ancora aspettando la manifestazione pubblica contro la mafia che Lomoro aveva promesso di organizzare dopo la vicenda della mongolfiera», chiosa il deputato Pd Dario Ginefra. E ora di questa brutta storia si occuperà la Direzione distrettuale antimafia di Bari.

    Il tempo è galantuomo…

    Franco Pancotto (classe 1959)

  5. Ero certo che il giornalista Giovanni Longo si sarebbe messo nei guai, dopo la pubblicazione del suo articolo sull’amministrazione del Comune di Valenzano, per la sua indipendenza e dedizione alla cronaca, così come un giornalista deve essere. Voglio anche ribadire che la ex Vice Sindaco Francesca Ferri, non poteva non essere a conoscenza dei fatti.

    Il tempo è galantuomo….

    Franco Pancotto (classe 1959)

    https://twitter.com/LaGazzettaWeb

  6. Il caso “Valenzano” monta, ah! sì che monta!

    Articoli su mafia Comune di Valenzano indagati due colleghi della Gazzetta:

    I due colleghi Giovanni Longo e Massimiliano Scagliarini della “Gazzetta del Mezzogiorno” sono indagati dalla Procura di Bari per rivelazione di segreto di Stato in relazione alla pubblicazione degli articoli sul commissariamento per mafia del Comune di Valenzano.

    Secondo l’avviso di garanzia notificato stamattina la Direzione distrettuale antimafia con il procuratore aggiunto Francesco Giannella, i due giornalisti “ottenevano (e pubblicavano in più occasioni sul quotidiano ‘La Gazzetta del Mezzogiorno’) il contenuto degli atti allegati e posti a fondamento del decreto del Ministro dell’Interno con cui veniva disposto lo scioglimento del Consiglio comunale di Valenzano, atti classificati come ‘riservati’, dei quali, dunque, era vietata la divulgazione”.

    I due giornalisti, assistiti dall’avvocato Gaetano Castellaneta del Foro di Bari e interrogati stamattina presso la sezione di pg dei Carabinieri in via Nazariantz, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

    E poi…

    Il diritto-dovere di informare non può far finire in tribunale i giornalisti:

    Due cronisti sono finiti sotto inchiesta per aver fatto il loro mestiere, trovare e dare le notizie. È accaduto ieri, è successo oggi, accadrà domani. Fino a quando non si deciderà seriamente di permettere – in Italia e non solo – ai giornalisti di fare i giornalisti, senza correre il rischio di finire in tribunale prima e più velocemente dei protagonisti dei loro articoli, oppure di saltare in aria come avvenuto lunedì scorso a Malta a Daphne Caruana Galizia o ancora di abbandonare affetti e case per vivere scortati.

    Lettori e cittadini non sanno che i cronisti per dare le notizie prima devono trovarle, non avendo alcun diritto codificato ad accedere ad atti, documenti e provvedimenti giudiziari. Capita di assistere a conferenze stampa convocate da Procura e Forze dell’Ordine nelle quali ci si ritrova con informazioni inevitabilmente parziali, diffuse da quella che è in fondo solo una parte del processo, e in alcuni casi perfino incomplete, difettando di nomi, capi di imputazione, date di commissione dei presunti reati, numero di persone coinvolte e anche – succede – di decisioni del giudice che firma gli arresti difformi da quelle richieste dal pubblico ministero, eccetera eccetera. Tocca in questi casi ai cronisti procurarsi in qualche maniera gli atti giudiziari non più coperti da segreto (essendo evidentemente stati notificati alle parti) per dare ai lettori informazioni corrette e soprattutto complete, mettendo in fila episodi, nomi, articoli del codice penale violati, gravi indizi di colpevolezza ed esigenze cautelari.

    Da anni si auspica una riforma che riconosca espressamente il diritto di accedere agli atti, con tutte le garanzie del caso per le parti coinvolte, ma non solo una tale riforma non è all’agenda del Parlamento: al contrario c’è chi sollecita ulteriori limiti alla pubblicazione di quegli atti e l’inasprimento delle sanzioni per chi ignora il divieto. E poi ci sono le Procure che mettono sotto inchiesta per rivelazione di segreto d’ufficio o, come quella di Bari nel caso che riguarda i due cronisti della Gazzetta addirittura per violazione del segreto di Stato, elevando imputazioni non solo più volte bocciate dalla Corte di Strasburgo, ma giuridicamente fragili perché per poter rivelare un segreto d’ufficio bisogna essere pubblico ufficiale (e i giornalisti non lo sono) e per violare un segreto di Stato bisogna appartenere a una istituzione e non ci risulta che Longo o Scagliarini appartengano ad altra istituzione che non sia la famiglia della Gazzetta. Non è una difesa corporativa ma la difesa di una libertà: quella di informare i lettori, quella di raccontare, in maniera dettagliata e documentata tutto quello che accade nella nostra terra. Il racconto di quanto avvenuto a Valenzano non è, né può essere, un reato.

    da “La Gazzetta del Mezzogiorno”

    Il tempo è galantuomo…

    Franco Pancotto (classe 1959)

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